Ci sono uomini che indossano una divisa. E poi ci sono uomini che diventano quella divisa. Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato questo: un simbolo, prima ancora che un generale.
La sua storia è quella di un uomo dello Stato che ha scelto di stare dalla parte più difficile, quella in cui la legalità non è una parola, ma un rischio quotidiano. Dalla lotta al terrorismo negli anni di piombo fino alla guerra dichiarata a Cosa Nostra, Dalla Chiesa ha rappresentato un punto fermo in uno dei periodi più bui della storia italiana.
Quando nel 1982 venne nominato Prefetto di Palermo, arrivò in una città ostaggio della mafia, convinto di poter incidere davvero. Ma lo Stato che rappresentava non gli diede gli strumenti necessari. Rimase solo. Pericolosamente solo.
Il 3 settembre 1982, in via Carini, a Palermo, venne assassinato insieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro, e all’agente di scorta Domenico Russo. Un attentato che non fu solo un omicidio mafioso, ma una ferita aperta nella coscienza dello Stato.

Ancora oggi, il suo nome non è solo memoria: è una domanda. Una domanda scomoda, che attraversa il tempo. Quanto è disposto davvero lo Stato a difendere chi lo serve fino in fondo?
Dalla Chiesa aveva capito prima di molti altri che la mafia non era solo un’organizzazione criminale, ma un sistema di potere capace di infiltrarsi nelle istituzioni, nell’economia, nella società. Aveva capito che combatterla significava anche rompere equilibri, scardinare complicità, esporsi.
E questo, spesso, si paga.
Ricordarlo oggi non è un esercizio retorico. È un atto necessario. Significa restituire senso alla parola “servizio”, significa riconoscere il valore di chi non ha arretrato, anche quando avrebbe potuto farlo.

Ma soprattutto significa non dimenticare che la solitudine di uomini come Dalla Chiesa non può e non deve più ripetersi.
Perché la memoria, se è vera, non consola. Interroga.
E pretende risposte.
Articolo a cura di Debora Scalzo
Credit Photo di copertina: “Immagine tratta da Rai Ufficio Stampa / Rai.it”
