Dojo Crime nasce dall’incontro tra informazione, cinema e analisi sociale, con l’obiettivo di osservare il fenomeno criminale senza cedere al sensazionalismo. Un progetto editoriale che sceglie la profondità al posto della reazione immediata e che prova a restituire al racconto del crime una dimensione culturale e civile.
In questa intervista la direttrice racconta la visione, i confini etici e le ambizioni di un contenitore pensato non per spettacolarizzare la cronaca nera, ma per comprenderla davvero, stimolando domande, consapevolezza e spirito critico nei lettori.
Dojo Crime nasce in sinergia con il Milano Crime International Film Festival: qual’è stata la scintilla che ti ha portato a creare un progetto editoriale così verticale e che tipo di “voce” vuoi dare al crime oggi?
“Dojo Crime nasce in sinergia con il Milano Crime International Film Festival perché il network Dojo Blog ha creduto sin da subito nel festival, sostenendolo come sponsor e partner. È stato un rapporto naturale, costruito sulla stessa visione e sullo stesso rispetto per il genere crime, inteso non come spettacolarizzazione ma come strumento culturale.
Da lì è nata l’esigenza di fare un passo in più: unire il festival a un network editoriale molto seguito e amato, creando un ponte solido tra cinema, racconto giornalistico e approfondimento.
La scintilla, quindi, è stata proprio questa: dare continuità e profondità a ciò che il festival racconta in pochi giorni l’anno, offrendo uno spazio costante di riflessione. Dojo Crime vuole essere uno spazio di allenamento mentale, un luogo dove il crime viene osservato, studiato e analizzato con lucidità, competenza e responsabilità. La voce che voglio dare al crime oggi è una voce adulta, consapevole, responsabile. Una voce che non urla, non semplifica, non giudica in modo superficiale, ma che prova a guardare dentro i fatti, dentro le persone, dentro i sistemi di potere, di giustizia e di fallimento umano.”

Nel panorama crime spesso si rischia di scivolare nel sensazionalismo: quali sono i valori editoriali e i confini etici che ti sei data per raccontare cronaca nera, giustizia e criminalità in modo autorevole?
“Il primo confine è chiarissimo: le vittime non sono mai un pretesto narrativo. Non mi interessa il dettaglio morboso, non mi interessa “colpire” il lettore. Mi interessa capire, contestualizzare, restituire dignità alle storie.
Dojo Crime si fonda su alcuni valori non negoziabili: rispetto, accuratezza, responsabilità del linguaggio. Raccontare il male senza glorificare, raccontare la giustizia senza mitizzare, raccontare la criminalità senza renderla affascinante.
Credo molto nel confine tra informare e sfruttare: quando quel confine si rompe, il racconto perde credibilità e diventa solo consumo emotivo. Dojo Crime vuole stare dall’altra parte.”
Dojo Crime unisce cinema, letteratura, analisi di casi e interviste: che tipo di ospiti e storie vuoi portare al pubblico nel 2026 e quale impatto ti piacerebbe che questo progetto avesse sulla cultura e sulla consapevolezza sociale?
“Nel 2026 voglio portare voci autorevoli, ma anche scomode. Magistrati, investigatori, avvocati, criminologi, giornalisti, scrittori e registi che non abbiano paura della complessità. Ma anche storie meno raccontate: quelle delle zone grigie, degli errori giudiziari, delle istituzioni che funzionano e di quelle che falliscono. L’impatto che sogno per Dojo Crime non è quello dei numeri, ma quello delle domande. Se dopo aver letto, visto o ascoltato un contenuto qualcuno si ferma a pensare, a dubitare, a rimettere in discussione una certezza, allora il progetto ha senso. Il crime, se raccontato con onestà, può diventare uno strumento potentissimo di educazione civile. Dojo Crime nasce esattamente per questo: non per spiegare il mondo, ma per aiutare a guardarlo meglio.”
