Just Another WordPress Site Fresh Articles Every Day Your Daily Source of Fresh Articles Created By Royal Addons

Sebastiano Ardita: dentro la lotta alla mafia, tra verità e responsabilità

C’è chi la mafia la studia, chi la racconta e chi, invece, sceglie di affrontarla ogni giorno, dentro le istituzioni. Sebastiano Ardita appartiene a questa seconda categoria: magistrato nato a Catania, cresciuto in una terra segnata dalla presenza mafiosa, ha trasformato quella realtà in una missione personale e professionale. Oggi è Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Catania.

Dalla Direzione Distrettuale Antimafia alla gestione del delicato sistema penitenziario e del 41-bis, Ardita è una delle voci più lucide e controcorrente nel dibattito sulla giustizia in Italia. Le sue parole non cercano consenso, ma verità: sulla criminalità organizzata che cambia forma ma non sostanza, sulle fragilità dello Stato, sulle contraddizioni di un sistema che troppo spesso oscilla tra propaganda e inefficienza.

In questa intervista esclusiva per Dojo Crime, il magistrato entra nel cuore delle questioni più urgenti: il rapporto tra diritti e sicurezza, il rischio di uno Stato che arretra, il valore della cultura e dell’impegno civile come veri strumenti di contrasto alla mafia. E lo fa con la chiarezza di chi conosce il sistema dall’interno e non ha paura di metterne in luce limiti e responsabilità.

Il Suo ingresso nella magistratura e la Sua missione.

Potrebbe raccontarci cosa la spinse a intraprendere la carriera di magistrato e quali valori hanno guidato i suoi primi anni di servizio?

“Sono nato a Catania, in una regione dominata dalla mafia. La ragione per la quale ho desiderato fare il magistrato stava tutta qui: nel desiderio di conoscere ed affrontare questo fenomeno, a beneficio di tutti i cittadini. Naturalmente. Quando vedi le cose da fuori sembrano sempre diverse. Pensi che le difficoltà siano altre rispetto a quello che poi incontri realmente. Se stai dentro, capisci che c’è un problema di strumenti, di mentalità, di determinazione, che sta alla base di ogni impegno. Non sempre il problema è rappresentato dalla forza di una organizzazione mafiosa, in certi casi molto dipende dalla volontà di affrontarla, dal punto di vista politico e da quello giudiziario.”

Il contrasto alla criminalità organizzata oggi

Dopo tanti anni di esperienza nella Direzione Distrettuale Antimafia e nei tribunali, come ritiene che la criminalità organizzata sia cambiata rispetto agli anni ’90 e quali strategie considera più efficaci per contrastarla?

“La criminalità organizzata cambia nelle forme, rimane intatta nella sostanza di uno strumento gestito per accumulare potere e denaro e influenza sui cittadini. L’unica strategia possibile è quella di non lasciare spazio a questa realtà. È una strategia fatta di buona amministrazione pubblica, di cultura, di impegno sociale; e solo in modo residuale di contrasto militare.”

Il ruolo del 41‑bis e le sfide del carcere

Avendo gestito l’Ufficio detenuti e il regime del 41‑bis, come valuta oggi l’equilibrio tra rigore penale e tutela dei diritti umani nel sistema carcerario italiano?

“Esiste una confusione totale nella materia della gestione penitenziaria. Con la retorica dei diritti umani, rivolta ai capi mafia, cioè a coloro quali dentro il carcere erano già abbastanza potenti, si è consentito dalla mafia di gestire il carcere annientando letteralmente i diritti degli altri reclusi. A fronte di ciò, c’è chi teorizza una repressione fatta eliminando gli spazi di libertà resi residui dei reclusi. La pena prevista nella costituzione si ispira ad uno schema molto più semplice: i diritti di tutti vanno tutelati e rispettati dentro lo schema della legalità. Chi ha rotto il patto sociale e continua a violare  quello schema mentre è detenuto, non può essere trattato come gli altri che nel carcere possono trovare un’opportunità di rieducazione. Quando ha dimostrato di essere riabilitato, potrà gradualmente essere ammesso a spazi sempre più ampi. Le regole del carcere che riguardano la sicurezza e quindi i diritti di tutti, agenti e detenuti più deboli, non possono essere superate il nome dei falsi richiami ai diritti umani. I diritti umani consistono nel rispetto inderogabile della dignità e della libertà residua di ciascun recluso. Ma non possono mai dar luogo a un capovolgimento delle finalità del carcere, creando spazi di impunità a chi ha già violato il patto sociale. Questo equivoco, se così vogliamo chiamarlo riconoscendo la buona fede a chi vi ha dato luogo, ha fatto sì che la gestione dei detenuti mafiosi fosse abbandonata a se stessa, consentendo loro di continuare a comandare dal carcere e di trasformare il carcere stesso in piazza di spaccio e luogo di controllo criminale. Lo stesso 41 bis, nel quale tutto ciò dovrebbe essere impedito e di fatto ancora lo è ne risulta inficiato e rischia di essere travolto. Sotto il controllo dello Stato, i detenuti che intendono riabilitarsi devono avere diritto a spazi maggiori; coloro i quali concepiscono il carcere come luogo di dominio vanno controllati e tenuti nella condizione di non delinquere.”

Tra magistratura e scrittura

Scrive saggi e romanzi: in che modo cambia il suo modo di raccontare la realtà del crimine attraverso la narrativa rispetto al linguaggio giuridico?

“La narrativa consente di spiegare cosa accade nel mondo giudiziario anche a coloro che non sono esperti di diritto, i comuni cittadini, ai ragazzini. Attraverso una storia si possono spiegare mille considerazioni che il commento ad una norma giuridica non riesce a trasmettere.”

La riforma della giustizia e il sentimento dei cittadini

Qual è la sua opinione sulla recente riforma della giustizia in Italia e quanto, a suo avviso, risponde alle aspettative dei cittadini in termini di legalità e sicurezza?

“Negli ultimi trent’anni non c’è stata nessuna riforma della giustizia. Sono state fatte riforme tampone, ispirate alla propaganda, guidata dalla incompetenza di chi ha assistito gli organi legislativi nella redazione dei testi. Anziché snellire dei processi, si è preferito introdurre nuovi reati. Anziché puntare, su obiettivi di efficienza, si indugiato spesso su articolate regolamentazioni che hanno finito per togliere immediatezza e dunque senso alla funzione.”

Consigli a chi vuole dedicarsi alla legalità

Quale consiglio si sentirebbe di dare a un giovane o a una giovane che desidera dedicarsi alla giustizia e alla lotta contro la criminalità, sia come magistrato, sia in altri ruoli della società civile?

“Do il consiglio di amare profondamente il proprio territorio, le persone che lo abitano, le sane abitudini che lo animano. Con questo spirito qualunque impegno di ripristino della legalità sarà visto come un servizio alle persone, che passa non solo dall’attività repressiva, ma anche dalla comunicazione di contenuti sani: che servono a coltivare la socialità, il rispetto delle regole, la solidarietà. Si tratta di quelle condizioni che tolgono spazio vitale all’espansione del potere mafioso.”

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/CataniaBene

Profilo Instagram: https://www.instagram.com/sebastiano.ardita.5

Intervista a cura di Debora Scalzo 

Condividi articolo:

Debora Scalzo

Direttrice Dojocrime.it

La tua pubblicità qui

Spazi pubblicitari disponibili.
Racconta il tuo brand al pubblico giusto.

Edit Template

© 2025 Created whit love by ReadMore ADV