Dalla lotta alla criminalità organizzata in Calabria alla guida delle Questure di Isernia, Barletta-Andria-Trani e Siracusa. Una carriera vissuta sul campo, tra indagini, operazioni antimafia, momenti di grande tensione e incontri che hanno segnato profondamente il suo percorso umano e professionale.
Ci sono storie professionali che non possono essere raccontate soltanto attraverso gli incarichi ricoperti, le operazioni portate a termine o i riconoscimenti ricevuti. Sono storie che attraversano territori complessi, si intrecciano con le vite delle persone e restituiscono il senso più profondo del servizio alle istituzioni.
Quella del Questore Roberto Pellicone è una di queste.
Arruolatosi nella Polizia di Stato nel 1988, ha dedicato 38 anni della propria vita alla sicurezza e alla tutela della collettività, maturando una lunga esperienza investigativa e dirigenziale. Dalle prime esperienze al Reparto Mobile di Reggio Calabria, tra servizi di ordine pubblico e attività antisequestro in Aspromonte, è passato alla Squadra Mobile reggina, dove ha ricoperto anche il ruolo di Vice Dirigente e diretto la Sezione Antiracket, coordinando importanti indagini contro esponenti della criminalità organizzata calabrese.
Un percorso segnato da operazioni di rilievo, centinaia di arresti e importanti riconoscimenti, ma anche da esperienze che hanno richiesto capacità investigative, equilibrio, determinazione e profonda sensibilità umana.
Nel corso della sua carriera ha diretto per circa nove anni la D.I.G.O.S. della Questura di Reggio Calabria, ricoprendo successivamente incarichi di responsabilità nelle Questure di Crotone e Reggio Calabria. Dal 2018 al 2020 è stato Questore di Isernia; ha poi coordinato le attività per l’istituzione della Questura di Barletta-Andria-Trani, assumendone la guida nel luglio 2021. Dal febbraio 2024 al giugno 2026 ha ricoperto l’incarico di Questore di Siracusa, concludendo il proprio percorso professionale in Polizia con il collocamento in pensione.
Oggi, dopo aver indossato la divisa per quasi quattro decenni, Pellicone ha scelto di condividere una parte di questo patrimonio di esperienze attraverso un libro e un docufilm, raccontando non soltanto i risultati raggiunti, ma anche le fragilità, gli errori e le emozioni di un uomo che ha vissuto la Polizia come una vera dichiarazione d’amore.
Il suo impegno, tuttavia, non si esaurisce con la fine del servizio attivo. Attraverso incontri con i giovani, iniziative dedicate alla cultura della legalità e il sostegno all’Associazione Abakhy, alla quale ha destinato i proventi della vendita del suo libro, continua a mettere la propria esperienza a disposizione degli altri.
Per Dojo Crime abbiamo raccolto la sua testimonianza, ripercorrendo alcuni dei momenti più significativi di una carriera trascorsa al servizio dello Stato.

Nel corso della sua carriera ha affrontato numerose indagini contro la criminalità organizzata. C’è un episodio che, più di altri, le è rimasto impresso dal punto di vista umano e professionale?
“Innanzitutto vorrei ringraziarla per la sua costante attenzione sul tema della legalità che la vede impegnata, da tempo, in molteplici ambiti. Tornando alla sua domanda, non nascondo che innumerevoli sono i momenti che mi sono rimasti indelebilmente impressi nella mente.
Il rapporto di amicizia nato nel 1996 con Michele Carrieri, un imprenditore pugliese, è uno di quelli. Mi riferisco all’operazione «Bagnara Pulita», che ci permise di sgominare una struttura delinquenziale che aveva sottoposto a pressioni estorsive Michele, purtroppo successivamente venuto a mancare.
Mentre era impegnato nei lavori di costruzione di un depuratore a Bagnara, in provincia di Reggio Calabria, si presentarono presso il suo cantiere i boss della zona e gli dissero chiaramente che pretendevano il pagamento del pizzo per consentirgli la prosecuzione dei lavori. Lui non ci pensò due volte: si informò in giro, così mi disse quando ci incontrammo, se ci fosse uno «sbirro» affidabile cui rivolgersi.
Grazie alla sua collaborazione, riuscimmo a piazzare microtelecamere e microspie all’interno dell’ufficio dove avvenivano gli incontri con gli estortori. Documentammo tutte le fasi salienti dell’estorsione, compresa quella relativa all’arresto di uno dei malviventi che aveva poco prima ritirato una tranche del pizzo.
L’emozione più forte, però, la provai nel momento in cui comunicai alla vittima che tutto era andato bene. In quell’occasione mi definì «il suo salvatore». Leggere nei suoi occhi la gratitudine per averlo liberato dalla morsa della ‘ndrangheta è stato qualcosa di unico!
Sensazioni rivissute anche a distanza di anni, quando decisi di condividere i particolari dell’operazione con lui e soprattutto con i suoi familiari, tra cui i nipoti, ai quali raccontai il coraggio di nonno Michele, un eroe che ringraziai pubblicamente anche in occasione della mia prima festa della Polizia da Questore a Isernia.”

Tra le tante operazioni investigative alle quali ha preso parte, ce n’è una particolarmente significativa, anche per la storia umana che l’ha accompagnata. Ci racconta l’operazione Iris e il percorso che ha portato Pietro e Francesca a collaborare con la giustizia?
“Effettivamente, sono tante le indagini sulla criminalità organizzata portate a termine assieme alla mia inseparabile squadra. Alcune di esse hanno lasciato una traccia molto profonda dentro di me anche per il coinvolgimento sotto il profilo umano.
Tra le tante mi viene in mente l’operazione chiamata Iris, che mi ha permesso, tra l’altro, di scrutare in profondità l’animo umano che, anche nei soggetti abituati a delinquere, può riservare spiragli inaspettati.
Era una sera di febbraio del 1998; appresi da un mio ispettore che un ragazzo affiliato a un’organizzazione criminale reggina gli aveva raccontato di aver ricevuto l’incarico di commettere un omicidio. Pietro, così si chiamava il ragazzo, aveva deciso però di tirarsi indietro, chiedendo contestualmente di essere sottoposto a un programma di protezione.
Ovviamente, chiesi di incontrarlo al più presto. Tuttavia, il primo colloquio non andò nel migliore dei modi: non si fidava pienamente di me; per lui ero sempre uno sbirro.
Ci vollero parecchi incontri, ma alla fine iniziò a raccontarmi i dettagli del suo vissuto criminale e, in particolare, la storia dell’omicidio che gli era stato commissionato.
La vittima designata, Francesca, era l’ex compagna di un boss che sapeva troppi fatti che avrebbero potuto compromettere la sicurezza del clan. Quando gli venne indicata la persona che avrebbe dovuto uccidere, Pietro iniziò a pedinarla per comprenderne le abitudini; entrò via via in contatto con lei e con i suoi figli. Nel giro di poco tempo nacque tra i due un rapporto sentimentale.
Era troppo forte il coinvolgimento personale. In occasione dell’ennesimo incontro nel mio ufficio venne anche Francesca, che era già stata messa a conoscenza di tutto da Pietro, il quale, peraltro, le aveva chiesto di fuggire insieme.
Per loro non c’era scampo. Se lui non avesse portato a termine l’omicidio ne avrebbe pagato le conseguenze con la vita.
Vennero sottoposti a un programma di protezione e, attraverso le loro dichiarazioni minuziosamente verificate, riuscimmo a smantellare il gruppo criminale, le cui attività delinquenziali spaziavano dalle estorsioni ai danneggiamenti, al traffico di armi e droga.
L’operazione, denominata «Iris» dal nome in codice del collaboratore, ebbe notevole risalto mediatico e riportò un po’ di tranquillità nel quartiere sul quale la cosca esercitava il proprio dominio.
Peraltro, Pietro e Francesca, che successivamente andarono a convivere, per una forma di riconoscenza nei miei confronti avevano deciso di chiamare loro figlio, purtroppo deceduto alla nascita, Roberto.
Credo sia anche stato scritto un libro sulla loro storia. Potrebbe essere un’idea per un film. Che ne pensa, Debora?
Alcuni anni dopo, decisi di raccontare questa indagine per parlare agli studenti di illegalità. «La strada che conviene» è il nome che diedi a questa iniziativa che realizzai nelle scuole siracusane.
Attraverso le dichiarazioni del collaboratore raccontammo la vita tipica di un criminale e il modus operandi delle cosche calabresi, caratterizzato dalla disponibilità di armi, droga e capitali.
Ma cosa c’è dietro questa vita, dietro questa strada apparentemente priva di ostacoli? C’è la paura di subire una perquisizione nel cuore della notte, il timore di essere arrestati o, peggio ancora, di essere ammazzati.
Spero che i giovani, che talvolta subiscono la fascinazione di questi modelli, comprendano che «la strada che conviene» spesso non è la più breve.”

Nel suo percorso professionale ha maturato competenze importanti nella gestione delle situazioni di crisi, frequentando anche corsi di formazione con l’FBI. Quanto è stata determinante la formazione nella sua carriera e come ha messo in pratica queste competenze durante il sequestro dei bambini all’interno di un asilo a Reggio Calabria?
“La Polizia di Stato mi ha offerto la possibilità di frequentare corsi di formazione di elevatissimo livello: il Corso Antisequestro Eliportato in Sardegna, il Corso Antiterrorismo a Budapest e soprattutto il Corso di negoziatore in occasione di presa d’ostaggi organizzato dal Servizio Centrale Operativo e dall’FBI.
Quest’ultimo corso, tra le tante cose, mi ha insegnato a mediare, a dialogare; insegnamenti preziosi che ho fatto miei: mediare sempre e comunque, in special modo nei servizi di ordine pubblico.
Le tecniche apprese, peraltro, mi sono tornate utili qualche anno dopo in occasione del sequestro di alcuni bambini all’interno di un asilo a Reggio Calabria.
Ricordo che ero in ufficio, erano circa le dieci del mattino, quando si sparse la notizia che un ragazzo era andato improvvisamente fuori di testa: si era barricato all’interno di un asilo e aveva preso in ostaggio una ventina di bambini e alcune maestre.
Mi precipitai sul posto e mi resi immediatamente conto della gravità della situazione. Aveva in mano un taglierino e non aveva nessuna intenzione di desistere dai suoi propositi.
Furono ore cariche di estenuante tensione, momenti interminabili che non dimenticherò mai. Qualsiasi passo falso avrebbe potuto avere conseguenze sull’incolumità delle vittime innocenti della follia di quel ragazzo al quale improvvisamente era crollato il mondo addosso.
Ero consapevole del fatto che la vita di quei bambini dipendeva da noi. La zona venne immediatamente circondata; presi parte alle lunghe ed estenuanti trattative nella speranza di convincerlo a rilasciare i bambini.
Dopo molte ore, mentre erano in corso i tentativi di negoziazione, in un attimo di distrazione decidemmo di fare irruzione.
Furono momenti concitati, ma grazie alla tempestività dell’intervento e alla sinergia con tutti i colleghi presenti, i piccoli vennero liberati.
Ricordo ancora nitidamente la nostra soddisfazione e i pianti di gioia delle mamme presenti che, dopo ore di angoscia, riuscirono finalmente a riabbracciare i loro figli.”

Dopo 38 anni nella Polizia di Stato ha scelto di raccontare la sua esperienza attraverso un libro e un docufilm. Da dove nasce l’esigenza di questo racconto e che cosa ha voluto trasmettere attraverso il suo viaggio nella memoria, tra successi professionali, fragilità personali e il valore della divisa?
“Dopo aver trascorso ben 38 anni in Polizia, ho sentito il bisogno di condividere i miei ricordi e le mie emozioni.
Attraverso questo libro e il docufilm che ho realizzato, ho effettuato un viaggio introspettivo che si è insinuato nella mia parte più intima, mettendo in luce non solo i traguardi raggiunti ma anche le mie fragilità, le imperfezioni, gli errori commessi.
Questo è il tratto distintivo del mio diario di viaggio, il filo conduttore che con apparente leggerezza mi ha permesso di raccontare il mio lavoro e le mille sfaccettature di questo caleidoscopico mondo che è la Polizia di Stato, fornendo, spero, anche qualche spunto di riflessione.
Ho cercato di far emergere l’uomo che c’è dietro la divisa, ma è stato anche l’occasione per ringraziare tutti coloro che mi hanno accompagnato in questo straordinario percorso.
Ho ritenuto doveroso ricordare anche i tanti eroi che ci hanno lasciato in questi anni, perché credo sia fondamentale avere cura della memoria.
Indubbiamente è una dichiarazione d’amore per la Polizia.”

Oggi, conclusa una lunga carriera in Polizia, quali progetti e obiettivi desidera portare avanti? E quale messaggio sente di voler lasciare alle nuove generazioni, soprattutto ai giovani che si avvicinano al tema della legalità?
“Mi piacerebbe, cosa che sto facendo anche grazie a lei, condividere le mie esperienze. Proprio recentemente ho incontrato alcuni ragazzi seguiti dall’Associazione Abakhy, alla quale andranno i proventi della vendita del mio libro.
È stata un’esperienza veramente entusiasmante. Ho già presentato il docufilm a Trani e a Reggio Calabria, alla presenza del Vice Capo della Polizia, Prefetto Raffaele Grassi. È stata l’occasione per parlare di legalità e per rimarcare l’impegno delle donne e degli uomini delle Istituzioni.
Il tempo libero mi consentirà anche di coltivare i miei numerosi hobby, a partire dalle attività sportive. Ricomincerò anche a suonare il pianoforte, amo soprattutto la musica jazz, con la Polizia sempre nel mio cuore!”
Instagram: https://www.instagram.com/robertopellicone